Fortificazioni cinquecentesche
Pensata come piazzaforte, la Giulianova rinascimentale fu cinta da un quadrilatero inclinato verso il mare, con i lati minori perpendicolari alla linea costiera ed i maggiori allineati lungo i lati del crinale, formato da possenti mura merlate e a scarpa, appoggiate a bastioni circolari e protette da profondi fossati.
Il sistema difensivo, certamente una delle parti più meditate del piano di fondazione urbano, venne realizzato, senza trascurare le componenti estetiche e di rappresentanza, secondo innovativi schemi di strategia militare e con complessi calcoli di balistica in aderenza alle esigenze imposte dall’utilizzo della polvere da sparo, una pratica più indiretta basata sulla distanza e sulla demolizione totale che avrebbe in breve soppiantato i vecchi metodi di assalto.
Pertanto, differentemente da quelle medievali, le nuove mura sono più basse, offrendo così un bersaglio più difficile, ma anche più spesse, per resistere più a lungo ai potenti tiri di bombarda.
Grande attenzione fu riservata alla individuazione dei luoghi più esposti, creando di conseguenza, mediante la realizzazione di torri cilindriche, altrettanti punti di deviazione laterale per le palle di cannone, capaci quindi di scaricare sulla struttura muraria una minima parte della loro potenza distruttiva.
Le torri cilindriche, dette anche torrioni, coperte da terrazzi con parapetti merlati, di mezzo cerchio sporgenti dalle linee fortificate, vennero realizzate, oltre che con boccioni di fiume, utilizzando mattoni in laterizio, di lunghezza compresa tra i 27,5 e i 28,5 cm., come per le chiese di S. Flaviano e di S.Anna.
Originariamente i baluardi erano otto, quattro agli angoli e quattro al centro dei lati. Il cosiddetto “Bianco”, a nord-est, malauguratamente capitozzato nell’immediato secondo dopoguerra ed oggi, dopo i restauri, sede del Museo archeologico, era il più alto e insieme con altre fabbriche delimitate da particolari recinti formava quello che forse doveva essere l’estremo rifugio del feudatario in caso di invasione, la Rocca, ricordata nella denominazione della via sottostante. Dei torrioni più piccoli, uno, posto al centro della cinta orientale, quasi a sfidare il mare dal salto di quota, era parte integrante della residenza ducale degli Acquaviva; un secondo, disposto nel punto medio della cinta meridionale, non più tardi della prima metà del Seicento, ma forse già nella seconda metà del Cinquecento, venne inglobato nel convento dei “Cordigheri” o Frati minori conventuali e perciò chiamato di S. Francesco.
Più volte interessata, a partire almeno dal 1576, da lavori di ristrutturazione, la cinta muraria assolve per tutto il corso del ‘600 e per parte del secolo successivo al suo compito fino a quando anche Giulianova, al pari degli altri centri fortificati abruzzesi, smarrisce la propria destinazione militare enfatizzando il rapporto col territorio.
Ancora negli anni trenta dell’800 sia le mura che i torrioni risultano ancora esistenti, ma già un cinquantennio dopo, come indica una planimetria del 1881-82, degli antichi baluardi residuano solo il “Bianco”, un torrione intermedio della ex cinta muraria occidentale, lungo l’attuale via del Popolo, e, nell’angolo sud-est il torrione di Porta Napoli, ora ridotto quasi alla metà della circonferenza primitiva e che si spera possa venire acquisito dall’amministrazione comunale. Quindi il torrione inserito nel complesso del palazzo ducale, ancora esistente, e infine, nell’estremo lato nord-est, il torrione inglobato nel palazzo Re che, pur avendo perso a causa delle manomissioni sia il parapetto che i merli, conserva ancora gli archetti del cornicione aggettante e la cupola all’interno.
Sorte peggiore verrà riservata alla cinta muraria.
Un primo intervento sulla maglia storica venne infatti avviato già nel 1846, quando il Decurionato, su proposta di Giovanbattista De Luca, dispose la eliminazione di un tratto in rovina delle mura in prossimità dell’ex convento cinquecentesco dei “Cordigheri”, soppresso in età napoleonica, per creare il terzo varco di accesso urbano, la Porta S. Francesco o S. Antonio, dal nome della omonima chiesa attigua all’edificio conventuale. E dopo l’Unità, nel 1867, nella stessa area un residuo tratto delle fortificazioni meridionali sarebbe stato sacrificato per consentire la costruzione del palazzo e portico de’ Bartolomei, latistante piazza Belvedere, oggi della Libertà, nuovo nodo urbano della città.
Ma sarà a partire dai primi anni settanta dell’Ottocento che il tendenziale processo di espansione dell’abitato assumerà più decisi caratteri. In un decennio, tra il 1871 e il 1881, la popolazione di Giulianova passa da 4781 a 5891 residenti, con una densità, tra le più alte della provincia, di 215,78 abitanti per chilometro quadrato.
E’ dunque riconducibile alla forte pressione demografica, e quindi alla necessità di dilatare gli spazi di insediamento, il debordare della città oltre le cadenti mura quattrocentesche: una espansione che come logico corollario avrebbe importato anche la riorganizzazione della rete viaria.
Il regolamento di ornato pubblico del 1870 e quello edile del 1875, nel riservare all’amministrazione ogni decisione sulla «cessione in vendita delle aree, e pubblici spazi edificabili, sull’allargamento, restrizione, soppressione di piazze e viali e passaggi esistenti nell’interno dell’abitato, sui piani di ampliazione, di allineamento e di abbellimento», evidenziano la preoccupazione da parte dei vertici politici di modellare le trasformazioni secondo una disciplina normativa recante limiti e condizioni certamente ispirati a criteri estetici e funzionali ma affatto privi di ogni tensione alla conservazione.
Entro queste coordinate, dunque, si situano non solo l’abbattimento dell’antica e malridotta cappella di S. Pietro nella rua del Papavero, ma anche la demolizione di gran parte dei residui muri perimetrali urbani, compresi quelli che consentiranno il collegamento tra le attuali vie della Rocca e Acquaviva.



